Testimonianza di Mons. Nicola Ciola, caro                 amico e collega di Mons. Bordoni.




Mons. Marcello Bordoni prete e teologo ‘romano’

Domenica 25 agosto 2013 all’ospedale di Genzano di Roma è mancato Mons. Marcello Bordoni.
Era stato colpito due settimane prima da un ictus. Già da due anni però le sue condizioni di salute erano alquanto precarie, tanto che si era dovuto ritirare a Castelgandolfo presso le Suore dell’Istituto “Opera Mater Dei”, fondato da sua sorella, la Serva di Dio Maria Caterina Bordoni. E’ stato amorevolmente assistito fino alla fine da quelle sorelle che, con la loro presenza semplice e discreta, lo hanno accompagnato fino al grande giorno, quello dell’incontro con quel Gesù Risorto
che egli ha continuamente cercato attraverso la ricerca teologica e ancor più nella sua vita di credente e di prete. Negli ultimi tempi quando è stato colpito in ciò che uno studioso ha di più caro cioè la mente, l’abbandono a Gesù sofferente per amore si è consumato quotidianamente attraverso una preghiera semplice e profonda che si perdeva, quasi in modo fanciullesco, in un affidamento
sereno che si sforzava, per quanto poteva, di essere sempre dignitoso e libero.
Si è verificato paradossalmente in morte quanto egli, come studioso, aveva sempre cercato di indagare attraverso la sua insonne riflessione: rileggere in senso agapico il sacrificio di Cristo come supremo gesto di solidarietà e mediazione per il genere umano. La Provvidenza divina ha voluto che in morte Don Marcello vivesse l’ideale di vita che sua sorella Maria aveva perseguito nel suo percorso mistico e apostolico. In anni lontani Maria Caterina cercava il carisma mariano nel sacerdozio, contemplando le profondità abissali del Cuore Sacerdotale di Cristo e del “mistero
materno del cuore sacerdotale della Chiesa”. E ancora la presenza ‘mariana’, nell’ultimo tratto della sua vita, ha contraddistinto le sue giornate. Le sorelle dell’“Opera Mater Dei” lo vedevano sostare a lungo in contemplazione davanti alla statua della Madonna nel giardino della casa di Castelgandolfo
che si affaccia sul lago, con lo sguardo che si perdeva all’orizzonte nello scenario incantevole di quel paesaggio. E non è stato certo un caso che sulla bara di Don Marcello il giorno delle sue esequie, per sua espressa volontà, accanto alla Bibbia vi fosse una stola bianca con due grandi immagini della Vergine.
Questo epilogo è stato in fondo coerente con quanto già prima era stata tutta la vita di Mons. Marcello Bordoni prete e teologo ‘romano’. Anzitutto prete romano, profondamente radicato nella sua chiesa e non certo solo per circostanze esterne. Ha passato tutta la sua vita tra il colle Esquilino e San Giovanni in Laterano. Fu vice-parroco con Mons. Dottarelli a Sant’Eusebio a Piazza Vittorio e nel 1967 ne divenne parroco, fino a che la nomina a professore di ruolo nella Facoltà di Teologia
della Pontificia Università Lateranense rese incompatibile quell’incarico. L’esperienza della parrocchia segnò nel profondo don Marcello. Si era negli anni del dopoguerra e quel quartiere rappresentava in un certo senso lo spaccato della Roma che si avviava verso un nuovo sviluppo sul piano sociale, ma anche con problematiche serie nel modo di vivere e interpretare la fede. Fu pastore attento alle domande concrete della gente, immerso in quella scuola di vita e di umanità che era piazza Vittorio, la piazza che, in quegli anni, era come la porta di accesso alla città per tutta l’enorme periferia che cresceva con ritmi vertiginosi e dove, durante la guerra, furono accolti
tantissimi rifugiati negli spazi dei palazzi umbertini. Don Marcello cercò di immedesimarsi e incarnare il vangelo con sapienza e intelligenza. Il contesto storico ed ecclesiale di una Roma che unisce centro e periferia, storia antica e il nuovo che avanzava lo aiutò a leggere la realtà, a riflettere sulla fede sempre con una attenzione pastorale che non lo abbandonò più. Tanto che nel 1973
quando dovette dimettersi da parroco chiese e ottenne di rimanere vicino alla gente, attraverso un apostolato più spicciolo, ma non meno importante e significativo, nella Rettoria dell’Immacolata
all’Esquilino in Via Emanuele Filiberto, sempre vicino a Piazza Vittorio. E questo durò per trentott’anni, fino a quando cioè dovette ritirarsi a Castelgandolfo. Era commovente vederlo, già anziano, aprire e chiudere la chiesetta con una fedeltà encomiabile, con la disponibilità del prete in cura d’anime che ha cuore soltanto il popolo di Dio. Quasi nessuno sapeva dei suoi alti incarichi, delle opere poderose che aveva scritto, del mondo universitario nel quale era stato attivo, tanto
meno che era Presidente della riformata Pontificia Accademia di Teologia, per volontà di Giovanni Paolo II. La gente che accostava tutti i giorni era la gente semplice e umile del popolo: tutti lo chiamavano affettuosamente Don Marcè. Persino le Suore dell’‘Opera Mater Dei’ erano all’oscuro di tante cose e hanno scoperto solo il giorno del suo funerale che si era tanto distinto nella ricerca teologica e nel mondo accademico.
E’ stato detto e scritto della tipologia del prete romano, così ricca di senso universalistico, di bonomia leggermente ironica e comprensione caritatevole. Queste e altre caratteristiche dello spirito ‘romano’ Mons. Bordoni le incarnava tutte. Era prete sempre, fino in fondo, ma per niente clericale;
la sua ironia era piacevole e rispettosa; totalmente libero da certe deformazioni ecclesiastiche che, per la verità e, in un certo senso, non appartengono assolutamente alla tradizione spirituale ed umana del clero di Roma. Don Marcello si presentava umile e dimesso, preferiva nascondersi che apparire e questo in tutti gli aspetti della sua vita. Anche all’Università Lateranense, dove ha passato tutta la vita e dove ha ricoperto molti incarichi istituzionali (fu Decano della Facoltà di Teologia, Preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Ecclesia Mater”, dell’Istituto
Pastorale) non ha mai fatto pesare gli indubbi talenti che il Signore gli aveva donato. Era piuttosto schivo, lontano per natura e cultura dal leader che misura il suo servizio con il suo ruolo ed efficienza. Prete mite e buono anche nell’Accademia, quasi timido nel tratto, libero dalle forme ma fedele alle regole, disponibile con tutti, anche con i più giovani che hanno sempre visto in lui il maestro, perché anzitutto il testimone – secondo una felice espressione di Paolo VI. Come nello stile del clero romano era smagato ma capace di duro lavoro e sacrifici; esigente anzitutto con se stesso e molto umano con gli altri, capace di ascolto e di dialogo, prete obbediente ma mai servile,
distaccato dalle cose perché unito al Signore. La stagione conciliare lo fece attento ai cambiamenti, ma non per questo fu amante o dipendente dalle mode del momento. Non aveva o cercava sponsor perché gli bastava il Signore. Non penso lo abbia mai sfiorato il pensiero della carriera e quando qualcuno lo punzecchiava su questo punto, ripeteva che gli bastava essere prete e poter studiare teologia, «quella – diceva – non ti tradisce, a patto che tu la coltivi solo per arricchire la tua fede e
aiutare qualcuno a farla crescere».
Sì, la teologia è stata la passione dell’intera sua vita. Da giovane faceva sacrifici enormi per coniugare la scienza sacra con il servizio pastorale. E poi fino a due anni fa ha sempre perseguito il suo intento con una fedeltà impressionante. Non è certo questa la sede per menzionare i suoi alti meriti scientifici; il tempo, che è gran galant’uomo, ne evidenzierà tutta l’importanza. Sta di fatto che la sua ricerca nel campo della cristologia resta, almeno in Italia, insuperata. Attraverso quei tre poderosi volumi su Gesù di Nazaret Signore e Cristo, editi dalla Herder e poi con la sua ricerca
sulla Cristologia nell’orizzonte dello Spirito pubblicata dalla Queriniana, ha offerto una vera e propria ‘summa cristologica’. Ma il suo lavoro scientifico non si è limitato solo a quello. Nei suoi studi traspare con evidenza tutto il rinnovamento teologico del Vaticano II. Ha raccolto con pacatezza le sfide epocali della scienza teologica contemporanea mostrando equilibrio e coraggio.
Equilibrio perché, coerentemente con il suo temperamento ed educazione, era capace di ascoltare posizioni diverse dalla sua e comprendere a fondo le petizioni di principio dell’altro, prima di presentare autonomamente la sua posizione. Nel suo argomentare sembrava concedere spazio ad
 altre impostazioni, ma per proporre poi il suo pensiero che appariva sempre in modo sinfonico, in un’armonia superiore ed originale, valorizzando il buono degli altri. La seconda caratteristica è stata il coraggio che gli proveniva da una libertà interiore nutrita di soda spiritualità. Per questo non ha avuto paura del nuovo che avanzava e che egli sposava caso mai con discernimento e attraverso una
sapiente interazione. Suo intento era sempre il misurarsi con il ‘luogo ecclesiale’, con la grande tradizione della chiesa. Queste caratteristiche gli hanno permesso nel campo della cristologia, ma non solo, di misurarsi con grandi problematiche, quelle della storia e della storicità, della rilevanza e singolarità della figura di Gesù di Nazaret, del rapporto tra teologia ed esperienza dove la riscoperta dello Spirito Santo ha aperto nuovi orizzonti nella conoscenza del Dio di Gesù Cristo. E nel passaggio epocale tra XX e XXI secolo Mons. Bordoni ha affrontato a viso aperto, sempre con
equilibrio e ‘parresia’ i temi dell’unicità salvifica di Cristo di fronte al pluralismo religioso e la “quaestio de veritate”, dove sono ritornati di grande attualità i temi del fondamento del sapere che coinvolgono il giusto accostamento al mistero del Dio Amore che si è manifestato nel Crocifisso- Risorto.
Un’ultima considerazione è importante fare. Mons. Bordoni è stato fino in fondo teologo romano e non solo perché nato e vissuto a Roma. La sua ‘romanità’ oltre che anagrafica è stata soprattutto ‘esistenziale’. Roma come centro della cristianità, sede del successore di Pietro, è luogo tradizionalmente aperto, a motivo della “cattolicità” della fede, a quella internazionalità umana e cristiana, per la quale è possibile crescere non solo nella dimensione umano-culturale, ma anche
nella maturazione “spirituale” della personalità cristiana. Tutto queste cose si sono ritrovate nella figura di Mons. Bordoni con quella ‘romanità’ che è apertura di idee, accoglienza di diverse esperienze, tolleranza, disincanto e progettualità. Il ‘ministero petrino’ fa della Chiesa di Roma e della sua missione nel mondo, il segno propulsore di un dinamismo che è capacità di cogliere le diversità per ricondurle al principio della ‘cattolicità’. Questi valori, coniugati nell’esperienza di
‘fare teologia’ a Roma, hanno significato molte cose per Bordoni, che ha interpretato in modo davvero originale tutto questo. Egli ha onorato in modo intelligente quella ‘scuola romana’ che, anche grazie a lui, si propone come una teologia che sa valorizzare le differenze, privilegiare la sintesi speculativa senza perdere in originalità e senza patire complessi di inferiorità nei confronti di altre teologie sia europee che di altri contesti. Anzi il respiro della chiesa universale è risultato risorsa preziosa per superare, anche in teologia, le derive di un chiuso provincialismo e di un
pericoloso nazionalismo.
Mons. Bordoni, quando lo si dipingeva come teologo, era sempre piuttosto schivo e ripeteva: «è meglio non definirsi mai teologi, caso mai lasciamolo dire agli altri!». Occorre oggi essere grati a questo ‘teologo romano’, per aver onorato la scienza sacra e il fare teologia a Roma e ancor più per la sua testimonianza umana e sacerdotale. Egli ha trovato in Cristo l’unica grande passione della sua vita. A lui si addicono le parole di un altro prete romano, Don Giuseppe De Luca, tanto legato a sua
sorella Maria e all’ʽʽOpera Mater Dei’’: «A voi posso dire in un orecchio che la letteratura, lo studio, il pensiero, l’arte…che sono pur cose tanto vive in me, non sono l’essenziale mio: sostanzialmente sono preso da una diversa angoscia che è poi la sola, e questa angoscia è Cristo».

La nostra motivazione


 "Più le cose si prendono con amore, più divengono leggere e sopportabili." 
Ven. Maria Bordoni